Regia di André Téchiné vedi scheda film
Seguendo il film mi sono perso nei meandri tortuosi della psicologia. Più che altro, l’analisi interiore dei personaggi in ballo provoca nello spettatore un senso quasi di spiazzamento e, nel peggiore dei casi, di disagio. Questo racconto a due voci dimostra il fascino della regia di Andrè Téchiné, qui impregnata di un mistero soffuso ma allo stesso tempo non un atteggiamento da “pedinamento” dei tormenti della violinista Alice e del modello Martin. E i difetti sono rintracciabili nella sceneggiatura: frammentaria nello sviluppo narrativo, pesante qua e là con qualche cosa evitabile, prolissa specialmente nella seconda parte, ove lui cede il testimone di protagonista centrale a lei. Non è detto che il disegno introspettivo di Alice sia inferiore a quello di Martin. Quando si svela l’arcano infantile e lui si avvia verso l’alienazione non brilla per rapidità o tantomeno per asciuttezza. Una storia d’amore malato sugli squilibri e le passioni, un enigmatico affresco sentimentale che enuncia con raffinatezza ambigua le conseguenze dell’amore: un melodramma, insomma, pur ampiamente rimestato ed ammassato. Juliette Binoche e Alexis Loret sono bravi e in palla. Resta un film disorientante, a tratti perfino freddo (e questo è il peggio), ma un racconto sulla vita e sull’amore, sulla paura e sulle colpe.
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