Regia di Luigi Zampa vedi scheda film
Titolo fin troppo sottovalutato nella filmografia di Zampa. Il film sembra trasportare nella regione sarda della Barbagia gli umori e i problemi che qualche anno prima si erano visti nei germiani Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata. Forse la sceneggiatura, scritta a otto mani dal regista con Enzo Gicca, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, non è così acuta come quella dei capolavori di Germi, però la descrizione di una Sardegna in bilico tra modernità e faide ataviche, con quei paesini pullulanti di Carabinieri che non capiscono il sardo, le donne vestite di nero, gli uomini che non voltano la testa neanche quando sentono i colpi di doppietta, i pesi gallo che non sanno se obbedire alle regole del marchese di Queensberry o a quelle dell’onore barbaricino, è resa con arguzia, anche grazie ad un protagonista che si sforza di parlare con la cadenza sarda. I molti momenti divertenti non mettono in secondo piano il dramma di un uomo intrappolato come il classico topo da regole ancestrali che sembrano fatte apposta per perpetuare faide familiari che chissà come sono nate e una mentalità arretrata che danneggia una terra che, almeno all’epoca dell’uscita del film, faceva parte dell’Italia soltanto nominalmente.
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