Regia di Carlos Lenin vedi scheda film
Lei è Paloma. Lui è Lobo. Una colomba e un lupo. Personaggi persi dentro una vita che non è una favola, e in cui quasi tutti sono cattivi.
Il film si sfoglia con stupore, come un libro tridimensionale. Ogni pagina è uno sfondo che si apre, dietro ai personaggi, ed è una scena che taglia, nello schermo, un sistema di piani sovrapposti dentro cui le azioni si svolgono, vicine o lontane, a volte seminascoste. Lo spazio è contrassegnato dal senso dell’oltre. Paloma e Lobo non si vedono, sono distanti, eppure ascoltano la stessa musica. Si amano, ma stando sugli opposti lati di un binario, mentre i treni, in mezzo a loro, continuano a sfrecciare. E parlano, ogni tanto, ma molto poco. La loro vita di relazione è uno specchiarsi l’una nell’altro, ritrovando, negli occhi altrui, la stessa manifestazione di smarrimento e incomprensione. Ogni istante è una scatola in cui sentirsi compressi e prigionieri, nonostante la vastità di una prospettiva in cui l’individuo può magari apparire ridotto ad un dettaglio appena percettibile. Tale è la società circostante: un mondo enorme e vuoto, popolato da singoli esseri, per lo più cinici e violenti, che fanno gruppo soltanto per escludere qualcuno. In tale contesto, frammentario ed incline all’isolamento, al narratore non rimane che plasmare la sua storia come una serie di ritratti e paesaggi, dipinti di stati d’animo e di situazioni oggettive, realizzati con mano ferma e con piena padronanza del colore e delle sue sfumature. Indugiare a lungo sulla stessa inquadratura è un modo per consentire alla fissità di consolidarsi come espressione di un punto di svolta che si prepara, rimanendo appeso al gancio immobile del dubbio. Una teatralità statica e scultorea si fa strada fra le righe di un racconto piccolo così, da dire in due parole, se non fosse per l’onnipresenza di un silenzio carico di attesa, che vari fantasmi, presenti e passati, si affrettano a riempire, sconnettendo i fili della trama. Il fatto è che si può soffrire, in maniera indicibile, pur continuando a sognare, senza limite, e, soprattutto, senza darlo a vedere. Proviamo a immaginare, dunque, quelle visioni impossibili, al di là della superficie coperta dalle tinte dell’angoscia, e cerchiamo di convincerci che i contrasti cromatici, quei crudeli giochi di luci ed ombre, siano l’effetto di una potente radiazione interiore. L’inquietudine, nella mente dei due protagonisti, disegna inediti universi. Anonimi, oscuri e strani come la distesa d’acqua della prima e dell’ultima sequenza, in cui un corpo nudo nuota solitario, verso una riva che, imponente, impervia e minacciosa, occulta la linea dell’orizzonte, impedendo di assistere al sorgere del sole.
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