Regia di Hideki Takeuchi vedi scheda film
Far East Film Festival 21 – Udine.
La rivalità tra città limitrofe non fa prigionieri. Prima o poi, riguarda tutti da vicino. Aneddoto personale: anni fa, lo studio bresciano per cui lavoravo mi ha spedito a Bergamo per risolvere i problemi impiantistici di un’azienda leader nel settore della siderurgia. I titolari mi hanno accolto come il salvatore della patria, ma il capo manutentore mi ha odiato dal primo momento, esternando a piena voce le sue ritrosie a collaborare con il nemico storico, quel suo vicino di casa (Brescia/Bergamo) che, per cause sportive, non avrebbe voluto vedere in altre forme che in cartolina (ovviamente da riempire d’ingiurie).
Ogni realtà geografica raccoglie le sue rivalità e il saggio Giappone non differisce in materia.
La famiglia Sugawara, composta dal padre (Brother Tom), dalla madre (Aso Kumiko) e da Aimi (Haruka Shimazaki), la figlia, sono in viaggio dalla prefettura di Saitama verso Tokyo per ufficializzare il fidanzamento di quest’ultima.
Durante il tragitto, una trasmissione radiofonica racconta una leggenda metropolitana, che vede il popolo di Saitama ribellarsi al dominio di Tokyo, guidato da Asami Rei (Gackt).
Da questo – pretestuoso, per non dire sentenzioso – antefatto, Hideki Takeuchi erige una nuova follia creativa, che per fantasia (in)segue quanto già ideato dal regista con Thermae Romae.
Tratto dal manga di Maya Mineo, Fly me to the Saitama è un live action che tocca il cielo con un dito ma subito dopo comincia a scivolare fino a precipitare nel dirupo tipico di chi ha un’idea brillante, la condisce con un contorno sgargiante, ma poi non ha sufficienti intuizioni per mantenere saldo il timone.
Pertanto, il film ha un abbrivio corrosivo e irresistibile, calamita il lato fantasioso sul reale con una serie di personaggi che godono dello scontro tra recinti culturali e delle loro frontiere, con una progressione in crescendo.
Sfortunatamente, il picco sopraggiunge precocemente e il fiume in piena non fa altro che travolgere se stesso prima del tempo. Di fatto, lo humour straripante e graffiante perde fiato improvvisamente al cospetto di uno sviluppo sempre più caotico e meno ispirato.
Così facendo, lo spirito pop comincia a procurare nausea, il kitsch prende il soppravvento e, in virtù di una durata che non fa i conti con le sue effettive possibilità (un film del genere, non può andare oltre i novanta minuti effettivi), Fly me to the Saitama sbraccia senza economia, procurando un danno dietro l’altro.
Un suicidio, un’estremizzazione continua, che non capisce quando fermarsi e prendere fiato, rimodulando al ribasso una corrente di spunto inizialmente sviluppata a pieni polmoni e, di seguito, spolpata fino a rimanere con un pugno di mosche in mano.
Incosciente e deleterio.
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