Regia di Katrin Gebbe vedi scheda film
VENEZIA 76 - ORIZZONTI - FILM DI APERTURA La femmina del pellicano, nel vedere i propri piccoli morire di fame, si becca il petto con violenza e dà il suo sangue in pasto ai pargoli, riportandoli in vita. Questo pare sia cio che rappresenta il quadro che troneggia presso l'orfanotrofio in cui una tenace quarantacinquenne Wiebke, titolare di un maneggio di cui si serve pure la polizia a cavallo per gli opportuni addestramenti equestri, si affanna a dare una sorellina alla sua primogenita adottiva Nicolina.
Ed è anche la ragione che motiva il titolo del film.
Crede di trovarla, la figlia e sorella in grado di armonizzare la famiglia, nella bionda e bella Raya, angioletto apparente di cinque anni, che poco per volta si dimostra, al contrario, come un essere violento, turbato da qualche trauma di chissà quale natura che l'ha resa un essere dagli atteggiamenti scostanti, violenti, votati ad un male gratuito e incontrollato. La situazione degenererà a tal punto da trasformare una storia di maternità difficile e sofferta, in una sorta di cupa favola dai toni esoterici sconfinanti nell'horror, dagli esiti quanto meno incontrollati. È ciò in cui incorre l'incauta regista tedesca Katrin Gebbe, che ben meglio aveva fatto anni fa con Tore Tanzt, presentato al Certain Regard di Cannes 2014, e che qui sbrocca in una narrazione senza contegno, tutta teorie evasive ed appena accennate, e congegnata per vicende strumentali e forzate verso l'epilogo sbracatissimo che finisce in esorcismi e magia nera.
Quasi a voler curare uno smodato anelito materno, mettendo in guardia chissà chi e come, dinanzi alla tentazione di incaute adozioni prese in carico in modo troppo affrettato. Un devasto, anche per la scelta infelice della cinesta di sconfinare sul coté di genere, senza voler ammetterlo o saperlo sostenere: in chiave horror, colorita di gore e un po' di ironia, la storia sarebbe stata sin accettabile, ma non certo da queste parti, con questo stile di scrittura serioso e scolastico, dal messaggio, confuso, contorto, francamente contraddittorio e sin risibile.
Nina Hoss, brava quasi sempre, appare quasi imbarazzata, mentre la piccola che interpreta la giovane posseduta Raya, mima, poverina e senza saperlo, una Linda Blair goffa e precoce. Ma qui Friedkin è lontano galassie altrove, anche se si pensa non tanto a L'Esorcista, quanto piuttosto a suoi film minori come il pur riuscito L'albero del male, ove l'istinto materno gioca brutti scherzi. Ma è lontanissimo, "ca va sans dire", pure il Polanski di Rosemary's baby, e il film destinato ad aprire Orizzonti, si rivela ahimè un fallimento totale.
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