Regia di Rian Johnson vedi scheda film
Torino Film Festival 37 – Festa Mobile.
Dannato dio denaro. Quando c’è di mezzo lui, l’avidità prende il sopravvento, ogni forma di pudore decade in terza fascia e i peggiori istinti si materializzano, lasciando sgomento chi osserva appartato. Ciò avviene soprattutto quando la somma in ballo è consistente ed è in atto un passaggio di svolta, che spinge tutti i coinvolti a esprimere il lato peggiore, a studiarne una più del diavolo per mantenere, o migliorare, il proprio status quo.
In una famiglia altolocata, con tanti discendenti ormai intorpiditi dall’opulenza e sprovvisti di qualità individuali, questa contingenza assume dimensioni gigantesche.
È esattamente quanto accade in Knives out. A un certo punto, dinanzi a tanta beceraggine, l’individuazione del colpevole riveste un’importanza secondaria.
Il detective privato Benoit Blanc (Daniel Craig) riceve anonimamente l’incarico di indagare sulla morte di Harlan Thrombey (Christopher Plummer), un facoltoso scrittore deceduto nella notte seguente ai festeggiamenti tenutisi per il suo ottantacinquesimo compleanno.
Così, affianca il tenente Elliot (Lakeith Stanfiled) e l’agente Wagner (Noah Segan), interrogando tutti i presenti, a cominciare dai figli della vittima, Linda (Jamie Lee Curtis) e Walter (Michael Shannon), i loro consorti, Richard (Don Johnson) e Joni (Toni Collette), e i nipoti, con l'indolente Ransom (Chris Evans), la sensibile Meg (Katherine Langford) e l'intollerante Jacob (Jaeden Martell).
Ognuno di loro avrebbe delle motivazioni sufficienti per essere considerato il potenziale colpevole. Per sbrogliare la matassa, sarà determinante l’apporto di Marta (Ana de Armas), la fidata infermiera di Harlan.
Abbandonato l’universo di Star Wars (Gli ultimi Jedi), Rian Johnson torna in libertà, dimostrando di aver appreso le leve da utilizzare per sollazzare il pubblico.
Di fatto, cavalca l’onda del rinato whodunit, il giallo deduttivo che da Agatha Christie ad Arthur Conan Doyle ha avuto prestigiosi interpreti, seguendo la falsariga di quanto fatto, con successo (soprattutto commerciale), nel remake di Assassinio sull’Orient Express.
In questo caso, la formula viene ulteriormente attualizzata al giorno d’oggi. Dunque, alla classica proposizione che parte dagli interrogatori, aventi il compito di introdurre la fauna presente, con tanto d’informazioni parziali o contrastanti, viene accostata la descrizione di quella fetta di società odierna che vive di rendita sulle spalle di ricchi patrimoni, da spremere fino all’ultima goccia, incapace di portare avanti il marchio familiare, portando a un’inarrestabile decadenza. In quest’ambito, la famiglia è raffigurata come un nido di ripicche, menzogne e capricci, con lingue biforcute e una prevaricazione sistematica, pecore nere alle quali però non fanno da contraltare i favoriti, quelle mosche bianche che non hanno ceduto alla tentazione. Insomma, chiunque tira l’acqua al suo mulino, noncurante del bene altrui, un’angolazione perfetta per immettere in scena dosi di razzismo, classismo e discriminazioni varie (l’infermiera al centro della diatriba viene associata ogni volta a una nazione sudamericana d’origine differente, giusto per far capire quanto interessi questo aspetto).
Uno sfondo capiente, che coadiuva un’indagine basata sulla concatenazione degli eventi, con un’evoluzione che pizzica i desiderata del pubblico, predisposto ad accogliere con favore i prodotti articolati ma dall’immediato recepimento, meglio se con parata di volti noti da esibire.
Sotto questo punto di vista, Knives out (il titolo italiano lasciamolo proprio perdere) non si fa mancare nulla. Daniel Craig introietta una gaudente dose di autoironia (giusto contrapporsi al suo immarcescibile James Bond), Christopher Plummer non ha bisogno di alcun supporto per entrare subitaneamente nel personaggio, ad Ana de Armas ci si affeziona sin dal primo istante e al suo personaggio perdoneresti ogni (ipotetico) errore, Michael Shannon è sinistro al punto giusto, Jamie Lee Curtis e Toni Collette donano una granitica esperienza, mentre Chris Evans cancella in un colpo solo l’immagine immacolata conquistata con Captain America (lui è stato il primo a rinunciare al Marvel Cinematic Universe).
Dunque, Rian Johnson ha creato un assetto proporzionato, con descrizioni inamidate, un’esposizione a favore di show che però lancia delle frecciate inequivocabili, zone d’ombra e carte scoperte, trabocchetti e malintesi, le eccezioni che confermano la regola e un cappio che si stringe intorno al collo. Una ragnatela tessuta con un passo scaltro, una facciata puramente dimostrativa e tempi di reazione millimetrici, connotati che rendono Knives out un film – commercialmente parlando – praticamente perfetto, un intrattenimento grandioso con quel pizzico di additivi aggiuntivi che gli consentono di non affondare – almeno non del tutto - al cospetto degli spettatori più esigenti.
Avveduto.
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