Regia di Alma Har'el vedi scheda film
Shia LaBeouf ci fa conoscere il bimbo contenuto nel "cattivo ragazzo", una seduta autoterapeutica girata con piglio sincero e schietto, dove egli fa pace coi suoi demoni interiori.
Tornare a casa...seppur in quella casa sono nati i demoni, quelli sottopelle che anche se sei una giovane star, tornano a bussare alla tua porta.
Shia LaBeouf torna coraggiosamente ad aprire quella porta, in questo film autoterapeutico, sincero e lungimirante.
LaBeouf intraprende una scrittura personalizzata su misura, dichiarando con schiettezza il suo doloroso percorso umano.Senza filtri ci mostra l'infanzia negata di un bambino/attore e di una convivenza dolorosa con un padre tormentato dai demoni.
Se LaBeouf scrive la regista Alma Ha'rel dirige, con sensibilità femminile e senza manicheismi di sorta.In "Honey Boy" tutto risulta "pulito" e senza fronzoli per una storia lineare e pragmatica.
Tutto si sviluppa su due piani temporali, il presente con Lucas Hedge come alter-ego di LaBeouf alla prese con una riabilitazione in rehab dopo eccessi dovuti all'alcolismo.Nel passato troviamo il piccolo Otis , ovvero il bambino Shia ,traumatizzato da un padre reduce del Vietnam, alcolizzato e nevrotico che abusa psicologicamente di lui.
Sono lassi di tempo intersecati dove il medesimo protagonista fa i conti con se stesso, non ripudiandosi, ma cercando di far piazza pulita dei suoi traumi.
In mezzo vi è un abbandono materno e una vita tra cast di periferia e un quotidiano fatto d'infelicità.
La Beouf presta dunque mente, cuore e corpo per impersonare il suo controverso padre, uomo alla deriva e impulsivo che tuttavia conferma un umanità di fondo.
La regia della Har'el bada dritto al sodo, non analizza e non giudica, ma porta a compimento un opera umana e necessaria per la crescita dell'uomo LaBeouf.
"Honey boy" è dunque racconto di formazione "atipico" nella forma, nel suo andare a ritroso tra le pieghe di un tempo che si è fatto oggi, nella dolorosa esposizione di traumi che divengono pagine scritte.
Bravissimo il piccolo Noah Jupe a tratteggiare di tenerezza un bambino cresciuto troppo in fretta.
La Har'el da esperta di figure ai margini della società tratta le figure umanamente, gente di periferia che fa i conti con l'abbandono e il degrado.Ma più che lettura sociale ,l'interesse registico converge sulla guarigione dei traumi, attraversando un difficile rapporto padre e figlio, fatto di umiliazioni e vessazioni, ma anche d'infinito amore.
LaBeouf congeda dunque i suoi demoni, riabbracciando dolori e frustrazioni infantili, causati da un genitore anch'egli vittima di se stesso, che però è fondamentalmente una figura umana e dolente.
"Honey boy" si chiude con una luce di speranza, quella della maturazione di un giovane uomo che è stato un bambino ferito per troppo tempo ed ora torna a far pace con la sua vita....
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