Regia di Guido Lombardi (II) vedi scheda film
Vincenzo (Riccardo Scamarcio), piccolo delinquente pugliese, esce di galera dopo sette anni e si imbarca fino al Trentino, dove il figlio Salvo (il giovanissimo Augusto Zazzaro), che non lo vede da quando ne avevo quattro, vive serenamente con gli zii ma di fatto soffre la sua assenza, tanto da aver ricordato proprio in quel giorno, neanche a farlo apposta, l'ultima mattinata passato con lui in un tema che lo ha portato a guadagnarsi, a scuola, la coccarda di 'primo della classe'.
Ufficialmente, l'idea del viaggio gli origina dalla volontà di vederlo per stare con lui qualche giorno, ma la ragione vera non ha nulla a che fare con l'amore paterno: Vincenzo ha in macchina un carico di 70 chili di coca, e il figlio gli serve come copertura, perché «un bambino è meglio di una pistola». E nel frattempo, visto che c'è, ha anche una mezza idea di andare a regolare qualche conto rimasto in sospeso dai tempi del suo arresto.
Ne Il ladro di giorni, il road movie vorrebbe mescolarsi con il gangster movie passando per il percorso di (de)formazione in una storia debole e senza alcuna evoluzione degna di nota, eccezion fatta per il sin troppo piatto e veloce uniformarsi del figlio al 'pensare criminale' del padre.
Privo di un guizzo che sia uno, il terzo film di Guido Lombardi (che porta sullo schermo un suo stesso libro) si trascina stancamente, passando per diverse tappe tutte interlocutorie ma pretendendo di sfociare in un melodramma che non attecchisce mai, anzi si ingolfa tra dialoghi agghiaccianti (l'elegante metafora del 'pisello' che diventa 'cazzo' che, già pronunciata dal padre, si sublima come leitmotiv del film quando ad esprimerla - a dir poco fuori luogo - è il figlio nel corso di una rapina), scelte inspiegabili dei personaggi che fanno precipitare le scene nel comico involontario (l'esito del 'duello' finale, o la decisione dei carabinieri di desistere da una perquisizione dell'auto praticamente già avviata abboccando a una scusa puerile accampata dal ragazzino) e simbolismi semplici e/o banali (il robottino di Mazinga Z e la fine che fa, o il tuffo non tuffo, con l'apoteosi del trampolino conclusivo). Decisamente perdibile.
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