Regia di Takeshi Kitano vedi scheda film
Discostandosi dai canoni standard del yakuza-movie Kitano mette in scena un dramma agrodolce, che rivoluziona le caratteristiche del genere e si orienta su una maggiore introspezione dei personaggi e dei loro sentimenti. Nishi, spietato poliziotto senza scrupoli, viene dimesso quando per colpa sua il collega Horibe resta coinvolto in un incidente che lo costringe su una sedia a rotelle. La moglie di Nishi, malata di leucemia, porterà il marito a contrarre debiti con la yakuza per poter sostenere economicamente le cure della moglie, innescando un giro di violenza infinito. Nel frattempo Horibe, dopo aver tentato il suicidio, troverà nuova pace nella pittura. Il film è splendido: Kitano gira con grande scioltezza, riuscendo ad alternare in modo incredibile i momenti di grande violenza a quelli di profonda tenerezza. Lo spettatore si perde nella bellezza e nella calma spirituale dei quadri di Horibe, e viene immediatamente svegliato dai colpi di pistola di Nishi. Il titolo di per sè è già emblematico: fiori di fuoco, pacatezza e violenza, amore e odio, dolcezza e spietatezza. Il film gioca tutto su questo delicato dualismo, riuscendo a mantenerlo in equilibrio per tutto il film, cosa affatto banale. La pellicola è per lo spettatore un'esperienza quasi extrasensoriale, nella quale la narrazione, fortemente frammentaria, viene in secondo piano, lasciando spazio alla percezione degli spazi, dei volti, dei colori del sangue e dei fiori, dei quadri e del mare. Percezione totale, introspezione. La pellicola di Kitano è questo. Meravigliosa.
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