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L'ombra di Stalin

Regia di Agnieszka Holland vedi scheda film

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La recensione su L'ombra di Stalin

di ilcausticocinefilo
5 stelle

 

 

Un film non è un saggio accademico, va da sé. Non per questo, tuttavia, si dovrebbe poter distorcere arbitrariamente la Storia a proprio piacimento.

Che si sia trattato di un genocidio lo pensano giusto Applebaum e una manciata d’altri; la gran parte degli storici evidenzia invece come la carestia sia stata al fondo un esito inatteso, non voluto né premeditato, di politiche economiche esageratamente accelerate, concretizzatesi nel Primo piano quinquennale d’industrializzazione a tappe forzate e collettivizzazione integrale.

 

Seguendo una delle più citate (anche da Applebaum, che però non ne trae le dovute conclusioni, obnubilata da preconcetti e conclusioni raggiunte a priori), autorevoli e complete monografie riguardanti quella terribile tragedia – ovvero The Years of Hunger di R. Davies e S. Wheatcroft – si arriva infine ad avere un quadro alquanto chiaro di quanto avvenuto, basato su fonti di prima mano e su un’attenta critica storica.

 

 

scena

L'ombra di Stalin (2019): scena

 

 

Gli autori identificano le cinque cause primarie del declino della produzione agricola, in ordine:

1) la violenza delle campagne di dekulakizzazione e collettivizzazione, quasi da subito attuate “dall’alto” con scarso tentativo di convincimento e grosso invece carico di costrizione;

2) la spinta alla sovra-estensione della superficie coltivata al fine di aumentare la produzione e raggiungere i piani prefissati, spinta che indusse ad abbandonare pressoché in toto la rotazione delle colture e che quindi nel tempo portò ad un esaurimento dei terreni;

3) il crollo verticale della mandrie, provocato dalla confusione nell’opera di accentramento in fattorie collettive e in special modo dalla decisione di tanti contadini di macellare in massa i proprio animali [1] prima del completamento della collettivizzazione;

4) il conseguente deterioramento massivo della qualità delle coltivazioni – con la forza-lavoro animale persa quasi per nulla compensata dalla fornitura di macchine e trattori – mentre le requisizioni continuarono, pur al netto di tre diverse riduzioni del piano di approvvigionamento [2];

5) le cattive condizioni meteorologiche, particolarmente avverse specialmente nel biennio 1931-32, che congiurarono diverse perdite e favorirono la diffusione degli infestanti.

 

Tutto portò al risultato nefasto di avere due consecutivi raccolti molto scarsi: fino a 20mln tonnellate in meno che nel 1930 [3]. E tuttavia risulterà evidente come non fosse affatto “nei piani”: anzi, l’obiettivo della collettivizzazione non era soltanto quello di accentrare il controllo dell’agricoltura e semplificare quindi le requisizioni, ma anche quello di razionalizzare e modernizzare un’agricoltura fortemente arretrata, prendendo come base d’ispirazione l’agricoltura estensiva su larga scala e meccanizzata degli USA.

Il fatto però che si sia ricorso ampiamente alla repressione e molto poco al tentativo di spiegazione, oltreché l’aver fortemente incrinato il rapporto dello Stato coi contadini a causa di una dekulakizzazione condotta in preda al furore ideologico (tanto che spesso contò l’esser banalmente considerato un kulako [4]), per quanto non indice di un tentativo di genocidio [5] rimane tuttavia sicuramente indice di criminale negligenza e talvolta di criminale inumanità, visto e considerato peraltro che tale caos riversato sulle campagne contribuì, come detto, alla mala riuscita delle semine e raccolte successive.

 

 

James Norton

L'ombra di Stalin (2019): James Norton

 

 

Epperò – pur a seguito dell’apertura degli archivi sovietici negli anni ‘90 – non è stato possibile rintracciare alcuna prova, al contrario di quanto si può affermare ad es. per le Grandi Purghe, di specifiche intenzionalità assassine di massa, tanto che persino Robert Conquest – che con il suo Harvest of Sorrow ha riportato in auge la teoria genocidaria – si è infine risolto ad ammetterlo, affermando chiaramente di non ritenere più la carestia pianificata a monte e fortemente voluta da Stalin in persona, e inoltre di non ritenere adeguato il termine genocidio.

 

Dunque, il film della Holland prende per buona una visione di quanto intercorso totalmente parziale e per giunta non sostenuta manco dal più strenuo anticomunista dell’accademia inglese, ovvero Conquest.

Tra l’altro, dal punto di vista cinematografico, il film ha un passo pesante, la regista esagera rischiando spesse volte di cadere nel sensazionalismo. Cerca in ogni modo di suscitare orrore, sdegno e commozione (anche cogli espedienti più pruriginosi – vedasi la sequenza della festa data da Duranty [un'inutile perdita di tempo, come altre scene della prima parte] – o più scabrosi – vedasi ad es. l’origine della carne mangiata dal protagonista), la qual operazione risulta di norma perfetta per evadere la riflessione. Forse con un poco più di rigore ci avrebbe perso di “intensità” la forma filmica, però ci avrebbe guadagnato la ricostruzione storica, ammesso che di Storia si voglia disquisire e non di opinioni soggettive.

 

 

Peter Sarsgaard

L'ombra di Stalin (2019): Peter Sarsgaard

 

 

Sì, perché, ribadiamolo, la maggioranza degli storici non ritiene si possa definire la carestia spietatamente premeditata e pianificata, dunque tantomeno che si possa ritenere un genocidio. D’altronde, come puntualmente osservato da H. Kuromiya [6], una carestia non è certo il metodo “ideale” per compiere un genocidio, visto che a prescindere da come possa essere “orchestrata”, potrebbe finire benissimo fuori controllo e tanti dei supposti “target” potrebbe sfuggire alla morte.

 

Inoltre, appena prima, s’era avuta la virulenta opera di dekulakizzazione, di conseguenza si riteneva d’aver già “eliminato” i nemici veri o presunti, e anche qualora si pensasse di averne “identificati” di nuovi si intendeva ricorrere di nuovo a deportazioni e condanne ai lavori forzati (infatti, gli arresti proseguirono).

Perché, dunque, deliberatamente ingenerare una carestia in grado potenzialmente di destabilizzare l’intera URSS, con la prospettiva dell’espandersi della fame di massa alle città, tosto portando persino ad un crollo del regime? E’ questa la domanda cruciale, talvolta convenientemente evasa.

 

In particolar modo tra la fine del 1932 e i primi mesi del 1933, difatti, più che nelle campagne si ebbero grandissime ondate di proteste e scioperi nelle città [7], dove il Partito credeva di poter contare su un appoggio incondizionato da parte della classe operaia. E per quale ragione si ebbero simili dimostrazioni? Perché le difficoltà si allargarono a macchia d’olio, lambendo anche le città dove gli operai erano riforniti direttamente dallo Stato.

E nel 1932-33 le razioni calarono di molto, proprio in quanto la scarsità di grani era oggettiva e reale, come dimostrato tra gli altri dagli storici – esperti di URSS e in particolare della sua economia e politica agraria – R. W. DAVIES, M. B. TAUGER, S. G. WHEATCROFT in Stalin, Grain Stocks and the Famine of 1932-1933, in «Slavic Review», 54, 3, 1995, pp. 642-657.

 

 

scena

L'ombra di Stalin (2019): scena

 

 

L’unica soluzione sarebbe stata quella di richiedere ingenti aiuti all’estero. Non lo si fece e non per “portare a termine il genocidio”, ma per ragioni di natura geopolitica che solo a posteriori è facile definire “paranoiche”: Hitler aveva preso il potere, ci si trovava in una condizione di isolamento internazionale, circondati da potenze imperialiste che avevano invaso il Paese durante la guerra civile, mentre nell’Estremo Oriente (spesso ignorato perché fa comodo dimenticarsi della sterminata estensione dell’URSS…) s’era già mosso il Giappone che aveva instaurato il governo fantoccio del Manchukuo e, inoltre, da memorandum confidenziali intercettati si preparava ad “attaccare l’Unione Sovietica in qualunque momento” [8].

 

Peraltro, nel mondo capitalista infuriava la crisi economica globale e, qualora non avesse continuato ad esportare quelle risicate quantità di grano che aveva immagazzinato, l’URSS era posta di fronte alla prospettiva non solo di apparire debole, vulnerabile, attaccabile ma anche di vedersi sequestrare qualunque futura esportazione transitante per porti esteri, di vedere peggiorare in modo definitivo le proprie ragioni di cambio e di vedersi bloccare o fortemente complicare importazioni vitali per l’industria (ma anche l’agricoltura), cosa che avrebbe dunque in potenza potuto portare ad un disastro di ben più ampie proporzioni [9],

un tracollo economico-industriale completo, poi capace di riflettersi anche nell’agricoltura, specie qualora il raccolto del 1933 si fosse rivelato nuovamente scarso (era impossibile infatti prevedere la buona riuscita della semina, anche in considerazione del fatto che le carestie – altro punto focale spesso volutamente ignorato – in Ucraina e altrove [come in tutti i Paesi arretrati] erano ricorrenti da millenni, e questo sì, nonostante la fertilità del suolo [ergo, il discorso messo in bocca alla contadina circa l’aver voluto “andare contro le leggi di natura” assume connotati alquanto foschi, visto che secondo quelle leggi, andando avanti come al solito, con l’agricoltura iper-arretrata rispetto all’occidente tipica della Russia zarista, si sarebbe semplicemente continuato a produrre con grandissimi sforzi e a morire in misura ciclica per la fame]).

 

 

James Norton

L'ombra di Stalin (2019): James Norton

 

 

Infine, ne L’ombra di Stalin non si riporta neanche per un solo secondo come la carestia fosse pan-sovietica e investì anche il Kazakistan (dove, in proporzione, morirono persino più persone che in Ucraina), il Caucaso settentrionale, la regione del Volga, l’oblast della Terra nera centrale, gli Urali, la Siberia occidentale. Diviene dunque piuttosto arduo argomentare a favore di un accanimento verso i contadini ucraini in quanto tali.

 

E, mentre manca di evidenziare fatti cruciali, il film della Holland si preoccupa invece di inventarsene di sana pianta, con l’introduzione di personaggi mai esistiti (come il “giornalista Paul Kleb”); collegamenti privi di riscontri (la vicenda dei sei ingeneri britannici, difatti, non c’entra nulla con la carestia e la vicenda di Jones; ma pure che sarebbe stato ucciso dall’NKVD [la polizia segreta] è indimostrato); consce manipolazioni (se – come risulta chiaro – il viaggio del giornalista si è svolto nel marzo 1933, allora una delle primissime scene mostrate in Ucraina [il carico di ingenti quantità di grano in via di esportazione “in Russia”] è falsa: difatti, le requisizioni erano state bloccate con effetto immediato da un ordine del Politburo il 5 febbraio, più di un mese prima).

 

A cui si aggiungono mezze verità (ad es.: è vero che le città non soffrirono la fame al pari della campagne e che Mosca – in quanto “vetrina” verso il mondo esterno – in generale si cercò di rifornirla meglio, tuttavia non si navigava nella bambagia pressoché da nessuna parte e nel primo semestre del 1933 anche diverse città, non soltanto in Ucraina, si trovarono investite da quelle che vennero eufemisticamente definite “difficoltà alimentari”).

 

 

James Norton

L'ombra di Stalin (2019): James Norton

 

 

In sostanza, non tutto quel che viene mostrato e detto è falsificato, chiaramente, però si è partiti da subito con l’idea che quanto avvenuto configuri un genocidi - uno “sterminio per fame” (holodomor) scientemente pianificato ed eterodiretto in particolare al fine di ottenere risorse ("l'oro di Stalin"...) - e si sono talvolta “aggiustati” i fatti di conseguenza. Si salvano, comunque, le interpretazioni e la fotografia desaturata quasi virata in B/N nei segmenti in Ucraina.

Curiosità cinefila: l’Hearst mostrato, un noto simpatizzante dei nazisti, formò la base per il personaggio di Kane in Quarto potere.

 

 

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[1] Circa questi atti particolarmente controproducenti: S. FITZPATRICK, Stalin’s Peasants. Resistance and Survival in the Russian Village after Collectivization, New York, Oxford University Press, 1994, pp. 65-67.

[2] Cfr. R. PYRIH, Holodomor 1932-1933 rokiv v Ukraini: dokumenty i materialy, Kiev, Kyievo-Mohylians'ka Akademiia, 2007: pp. 149-52, documento n. 88 (maggio 1932 | riduzione del piano rispetto al 1932 di 78mln di pud, ovvero 1.278.000 ton); pp. 303-4, documento n. 230 (agosto 1932 | riduzione di altri 40mln di pud [655.000 ton]); p. 355, documento n. 270 (ottobre 1932 | riduzione di ulteriori 70mln di pud [1.147.000 ton]). In totale, per fine ottobre 1932, si prevedeva di raccogliere poco piùdi 4mln di ton in Ucraina, rispetto ai 5,8 originariamente decisi a maggio 1932 (5,8 che erano comunque già appunto 1.278 in meno dell’anno precedente). Circa le requisizioni per regione, cfr. anche tabella p. 470, Years of Hunger, cit. sotto.

[3] Cfr. DAVIES, WHEATCROFT, The Years of Hunger: Soviet Agriculture, 1931-1933, Londra-New York, Palgrave Macmillan, 2009, pp. 436-39. Circa gli infestanti e le malattie delle piante e la difficoltà di rilevarle, v. M. TAUGER, Natural Disaster and Human Actions in the Soviet Famine of 1931-1933, Carl Beck Papers in Russian and East European Studies, 1506, University of Pittsburgh, 2001, p. 15. Circa l’entità effettiva dei raccolti, cfr. di nuovo DAVIES, WHEATCROFT, op. cit., tabelle pp. 448-49, dove si leggono le seguenti cifre: per il 1930 | 73-77mln di ton; per il 1931 | 57-65mln di ton; per il 1932 | 55-60mln di ton.

[4] “Ad importare fu chi era considerato un kulako dai funzionari locali e dagli attivisti. Spesso si trattò proprio di contadini benestanti […] ma ‘piantagrane’ d’ogni tipo erano a forte rischio. Chiunque fosse, per qualunque motivo, impopolare nel villaggio poteva ritrovarsi marchiato come kulako. Laddove, poi, i villaggi risultassero divisi lungo confini etnici o religiosi – ad esempio tra russi e ucraini o tra ortodossi e vecchi credenti – un gruppo etnico o religioso poteva riuscire nell’impresa di affibbiare l’etichetta di kulako all’altro.” In S. FITZPATRICK, Everyday Stalinism. Ordinary Life in Extraordinary Times: Soviet Russia in the 1930s, New York, Oxford University Press, 1999, pp. 122-23.

[5] Anche perché non si trattò di un programma di sterminio di massa: per “liquidazione dei kulaki come classe” non si intendeva “eliminazione fisica di massa dei kulaki” [Cfr. S. MERL, “Ausrottung” der Bourgeoisie und der Kulaken in Sowjetrusland? Anmerkungen zu einem fragwurdigen Vergleich mit Hitlers Judenvernichtung, in «Geschichte und Gesellschaft», 13, 3, 1987, pp. 368-381]. Ciò detto, le deportazioni furono – specialmente all’inizio – attuate quasi senza alcun ritegno, tant’è vero che di 1,8mln di persone deportate negli “insediamenti speciali” già nel gennaio 1932 ne rimanevano poco più di 1,3mln. Di quel 25% mancante, comunque, non tutti morirono: alcuni furono ufficialmente rilasciati e altri riuscirono a fuggire. V. DAVIES, WHEATCROFT, The Years of Hunger, cit., p. 47.

[6] KUROMIYA, The Soviet Famine of 1932-1933 Reconsidered, in «Europe-Asia Studies», 60, 4, 2008, pp. 663-675.

[7] Si veda ad es.: KUROMIYA, Stalin's Industrial Revolution: Politics and Workers, 1928-1932, Cambridge, Cambridge University Press, 1988, in generale o in sintesi alle pp. 304-5.

[8] Cfr. sempre KUROMIYA, The Soviet Famine of 1932-1933 Reconsidered, cit.

[9] S. KOTKIN, Stalin, Vol. II, Waiting For Hitler, 1929-1941, New York, Penguin Press, 2017, pp. 86-7. M. TAUGER, The 1932 Harvest and the Famine of 1933, cit., pp. 88-9. Da notare che l’autore aggiunge: “Gli aiuti all'Ucraina, da soli, superarono del 60% la quantità di grano esportata nello stesso periodo. Il totale degli aiuti alle regioni colpite dalla carestia fu più che doppio rispetto alle esportazioni della prima metà del 1933. Sembra che sia stata un'altra conseguenza del basso raccolto del 1932 il fatto che non siano stati forniti maggiori aiuti. [...] Anche una completa cessazione delle esportazioni non sarebbe stata sufficiente a prevenire la carestia. Questa situazione rende difficile accettare l'interpretazione della carestia come il risultato delle requisizioni di grano del 1932 e come un atto consapevole di genocidio. Il raccolto del 1932 rese sostanzialmente una carestia inevitabile. […] Il regime fu comunque responsabile delle privazioni e delle sofferenze della popolazione sovietica nei primi anni Trenta. […] Tuttavia, la carestia fu reale, il risultato di un fallimento di politica economica, della "rivoluzione dall'alto", piuttosto che di una "riuscita" politica di nazionalità rivolta contro gli ucraini o altri gruppi etnici.”

 

 

 

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Ultimi commenti

  1. CineNihilist
    di CineNihilist

    Perfetta recensione accademica che restituisce la verità su un fatto storico spesso facilmente manipolabile dall'Occidente per alimentare la sua propaganda russofoba. Ho trovato molto interessante le fonti (quasi sicuramente prese in considerazione anche per la stesura della tua tesi) e tutti i vari confronti comparati che fai tra il film e la storia, e le falsità come le mezze verità sono uno dei motivi per cui non gradisco particolarmente i film storici. Ci sono, però, delle grandi eccezioni cinematografiche che stravolgono addirittura i fatti per compiere una profonda riflessione sull'uomo, con grandi risultati artistici. Quindi ci sono svariati modi di affrontare la storia al cinema e tutto dipende da chi c'è dietro alla macchina da presa alla fine. Non sempre quindi certi stravolgimenti eretici - per gli storici - sono un male, e uno di questi è "Morto Stalin se ne fa un altro", una commedia nera sui giorni successivi alla morte di Stalin che adorato in tutto per tutto. Un satira del genere l'ho riscontrata solo in pochissime altre opere a sfondo storico...

    Di sicuro da questo film me ne starò alla larga ;)

    1. obyone
      di obyone

      @CineNihilist è stato più veloce di me per cui non mi resta che aggregarmi e farti i complimenti per questa interessantissima disamina. il film non l'ho visto ma non ho dubbi che obbedisca a criteri estetici e narrativi che hanno a che fare solo in parte con la storia. Holland poi ha sempre dovuto adattarsi a produzioni occidentali che tengono conto dei gusti e delle modeste conoscenze storiche del pubblico. In sostanza non credo sia colpa della regista piuttosto del mercato produttivo su cui, per necessità o meno, si è messa a servizio.
      Detto questo ti chiedo su cosa verte la tua tesi di laurea. Gli anni 30 in Unione Sovietica?
      Credo che gli artisti russi (o ex sovietici) siano più indicati a raccontare il loro paese e non a caso le cose miglior i che ho visto di recente sono russe. "Captain Volkonogov escaped" di Chupov e Merkulova, "The Trial" di Sergei Loznitsa. Entrambi ambientati negli anni delle purghe staliniste. Più tardo il periodo di riferimento per "Cari compagni" di Konchalovsky. Merita comunque perché anche vent'anni dopo le dinamiche politiche erano le medesime.
      Un saluto e ancora tanti complimenti. Roberto

    2. ilcausticocinefilo
      di ilcausticocinefilo

      @Cine
      Ma un conto è se un film è grottesco o satirico, diverso invece quando vuole essere storico o comunque attenersi alla realtà. In quest'ultimo caso sì, lo ammetto, mi irrita alquanto quando si devia troppo dai fatti.

      E l’obiettivo di questo film – tramite anche l’interpolazione abbastanza gratuita di Orwell e La fattoria degli animali – via via che prosegue risulta palesemente essere quello di far credere che si sia voluto programmaticamente uccidere i contadini ucraini, non fornendo alcun aiuto e persistendo anzi nelle requisizioni anche dopo che, come ho scritto, si erano in realtà arrestate.

      Per di più, non si cita mai la situazione pre-rivoluzionaria o comunque lo stato secolarmente arretrato delle campagne, e neppure gli atti come la macellazione di massa del bestiame e degli animali da tiro, nonché il sabotaggio della semine, portati talvolta avanti da alcuni contadini, e non soltanto in Ucraina.

      Questo per dire che si ebbero una serie di concause che portarono alla fame e non ci fu precisa intenzionalità nel produrre un simile disastro, ma alcune specifiche responsabilità senza dubbio. Peccato però che tali responsabilità non si esauriscano nelle figure di Stalin e dei membri del Politburo. E che sia sostanzialmente molto molto difficile parlare di genocidio.

      O attribuire piuttosto banalmente ogni colpa all’“ideologia comunista” che c’entrava relativamente poco con la decisione di industrializzare il Paese a tappe forzate, sostanzialmente attuando “in casa” quell’accumulazione capitalista (anche se la si soprannominò “socialista”) che anche i Paesi occidentali avevano attuato a spese di milioni di operai e in particolare delle colonie, letteralmente saccheggiate (e al tempo di questi fatti una certa Inghilterra l’impero ce l’aveva ancora… hai voglia poi a fare i puri...).
      Sul perché maturò questa repentina svolta nelle politiche economiche sovietiche (con l’abbandono della NEP ecc.), ci sarebbe tanto da aggiungere. Un ruolo lo giocò la percezione di una nuova guerra imminente. A questo proposito ci si può volgere ad un discreto libro di sintesi: The Great Fear: Stalin’s Terror of the 1930s di J. Harris.

    3. ilcausticocinefilo
      di ilcausticocinefilo

      @obyone
      Grazie per i complimenti.
      La tesi ruotava proprio intorno alla carestia del 1931-33, con particolare riguardo per le vicende ucraine. Da lì ho naturalmente tratto alcuni dei riferimenti bibliografici sopraccitati. Il libro più importante è sicuramente il menzionato The Years of Hunger, che si può reperire su archive.org. Mi limito a ri-consigliarlo a quanti conoscano l’inglese (ma nel caso si può sempre provare a tradurselo con DeepL e affini…) e siano interessati all’argomento: per farsi un’idea di massima abbastanza accurata è sufficiente leggersi l’introduzione e poi l’ultimo capitolo.

      Per ritornare alla settima arte: i film da te riportati non li ho visti, ma ne ho sentito parlare. In generale tenderei però a concordare con te che gli artisti russi, ex-sovietici ma anche sovietici ai tempi siano quelli a cui rivolgersi sulle faccende dell’Europa dell’Est, con ovvi distinguo, perché mica tutti sono uguali. Circa lo stato della Russia odierna sotto Putin, mi piace ricordare e consigliare un film del 2014 di Y. Bykov, The Fool, a mio modesto avviso un mezzo capolavoro.

    4. obyone
      di obyone

      PS: naturalmente i complimenti finali sono per la laurea.
      :-)

    5. ilcausticocinefilo
      di ilcausticocinefilo

      Allora, grazie di nuovo :)

  2. mck
    di mck

    - Dice che non è genocidio.
    - E che è allora?
    - Boh, tipo un democidio.
    - Hm. E la pena per un democidio è...
    - Impiccagione.
    - Ok, vada per democidio.

    (Dalla frase "fino a 20 tonnellate in meno che nel 1930" manca un "mln" dopo il "20".)

    1. mck
      di mck

      PS. A proposito della carestia kazaka, da te citata, e iniziata un anno prima di quella ucraina, è necessario non dimenticarsi di dire che il dibattito tra gli attestatori dell'atto genocidiario e una parte minoritaria di negazionisti è parimenti aperto.

      Ed evitando di contrapporre Conquest, Graziosi, Ellman, eccetera eccetera al negazionista Tauger (che cmq. no, non pubblica su www.stalinweekly.com), perché non ne verrebbe proprio fuori un "Solženicyn vs. Vasilij Grossman", si potrebbe contrapporgli un suo pari, David Marples: "There is no doubt residents of Russia went hungry in 1932 as they did during most of that decade. But they did not die in millions. Thus, it appears that the "massive program of rationing and relief" was selective. There may still be viable debates about the precise causes of the Great Famine. That it occurred primarily in Ukraine, however, is undeniable...".
      https://web.archive.org/web/20201112024742/http://www.ukrweekly.com/old/archive/2002/280205.shtml

    2. ilcausticocinefilo
      di ilcausticocinefilo

      Uhm. La tua prima fase è una furbata linguistica, che suggerisce che ci siano da una parte degli “attestatori” (di un atto, un fatto) dall’altra una minoranza di negazionisti, termine che in Storia fa automaticamente venire in mente gentaglia che, a dispetto di qualunque prova, nega l’esistenza delle camera a gas o in generale dell’Olocausto.
      Ma, nella vicenda delle carestie sovietiche dei primi anni ‘30, è proprio il punto focale, l’intenzionalità genocida, che non ha incontrato un favore unanime o delle prove incontrovertibili a suo favore. Di più. Sono semmai ancora di meno quelli che ritengono si sia compiuto un genocidio quando si parla del caso kazako (ad es. lo stesso Graziosi ritiene che lì le cose siano andate diversamente e che non sia visibile un accanimento su base etnica). A complicare ulteriormente il quadro interviene proprio la fornitura d’aiuti – per quanto sicuramente non sufficienti (vedi la scarsità assoluta di cui sopra) – dai quali l’Ucraina non fu certo esclusa. E pure l’approvazione di acquisti “clandestini” di grani sui mercati esteri utilizzando la sempre più scarsa valuta forte.

      Definire “negazionista” Tauger (oltre ad essere una scusa per tirare nuovamente in ballo un termine denigratorio) è un tipico attacco ad hominem in mancanza di meglio, portato avanti anche dalla Applebaum. Peccato che Tauger non neghi un accidente (né che una carestia ci sia stata, né che in parte contribuirono collettivizzazione e dekulakizzazione, né che intervennero anche circostanze meteorologiche avverse ecc. ecc.).
      Lo possiamo pure togliere dal quadro, il risultato non cambia, visto che anche diversi altri autori hanno constatato come le requisizioni e gli altri atti intenzionali del governo sovietico (come la chiusura dei confini o le liste nere) non bastino a spiegare i più alti numeri assoluti di morti in Ucraina (soprattutto in quanto non furono adottati soltanto in quest’area).

      Il dibattito è ancora aperto, ma di negazionisti non se ne vedono, almeno sulle pubblicazioni serie. Anche perché se da una parte ci fossero dei negazionisti, allora non ci sarebbe neppure un “dibattito aperto”, visto che di norma quando si parla di negazionisti si parla appunto di persone che negano fatti accertati oltre ogni ragionevole dubbio. Diverso discorso vale invece per il revisionismo, che non è sempre negativo e campato per aria.

      Infine, non ha molto senso ribattere circa un articoletto privo di alcuna fonte.

    3. mck
      di mck

      La fonte che tanto aneli è lo storico stesso, Marples, che, come detto, vale tanto quanto il negazionista - nel senso che nega si tratti di un genocidio - di minoranza Tauger.

    4. ilcausticocinefilo
      di ilcausticocinefilo

      Peccato che non basti la parola dello storico stesso. Per fonti si intende prove documentarie, fonti terze ecc. presenti in gran numero ad es. in The Years of Hunger.

      E non facciamo finta di non sapere cosa evochi il termine "negazionista", dai. Non è un termine neutro. E tra quelli che "negano", ad oggi, si sia trattato di genocidio dovremmo allora mettere Davies/Wheatcroft, Kuromiya, Ellman, Fitzpatrick, Getty ecc. Non si tratta di una “minoranza” di oscuri negazionista, di nuovo.

    5. mck
      di mck

      Poi, per quel che vale, e COME HO SCRITTO, anche per me il termine genocidio è improprio: la parola scelta in alternativa comporta doli e colpe quasi parimenti schifose.

    6. mck
      di mck

      (E ci mancherebbe pure che il negazionista - a pH neutro - Tauger neghi la carestia.)

      E no, Ellman lo considera non un genocidio, ma un crimine contro l'umanità (democidio, come ho scritto), robetta insomma. A proposito di furbate linguistiche (che non imputo certo a lui, ma a te).

    7. ilcausticocinefilo
      di ilcausticocinefilo

      Mi fa piacere che “imputi” a me una distinzione espressa da altri. Una tremenda furbata aver riportato quello che tu stesso riporti ("lo considera non un genocidio"). Che debba genuflettermi e cercare il cilicio?

    8. mck
      di mck

      Lo imputo a te perché sei tu ad aver scritto "tra quelli che "negano", ad oggi, si sia trattato di genocidio dovremmo allora mettere [...] Ellman".
      E io ti ho risposto certo che sì: nega che si tratti di genocidio, optando per il sovrainsieme improprio del democidio (come ho scritto nel mio _primo_ commento...), che sempre ad impiccagione, in una societàh civileh dovrebbe portare... [Bbbòno Saddam, il tuo è solo un caso di Esportazione di Democrazia!]
      Taureg è d'un'altra razza, un negazionista vero e proprio (ma, ripeto, a pH neutro: non c'entra quasi un cazzo, o molto poco, coi negazionisti dell'Olocausto o della CoViD).

      In questo caso non arriveremo, mai, a un compromesso. Poco male. Questo è un caso in cui il "purché se ne parli" vale. I nomi li abbiamo fatti [anche se i numeri relativi a quei nomi ci dividono: per me i negazionisti - identifichiamoli, spannometricamente: chi accolla ai fattori "naturali" ed umani inintenzionali la maggioranza delle concause - sono evidente minoranza, e lasciamo davvero perdere l'autosabotaggio (cit., sic!), se no partono veramente i bestemmioni], e la bibliografia è facilmente reperibile, per chi ha tempo e voglia.

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