Regia di Wanuri Kahiu vedi scheda film
CANNES 71: UN CERTAIN REGARD - CINEMA OLTRECONFINE
Rafiki in lingua swahili significa "amico". Ma qui nel film della regista keniota Wanuri Kahiu, l'amicizia lascia presto il posto all'attrazione fisica, e ad un reciproco senso di appartenenza che rende due ragazze di ceti sociali molto distanti - accomunate dalla circostanza che entrambi i padri si stanno sfidando nelle elezioni politiche locali imminenti nella Nairobi di oggi - due ostaggi e vittime del comportamento intransigente e ostile di una comunità ancora troppo restia a lasciar seguire le sacrosante ragioni del cuore a scapito di una regola sin troppo formale e inflessibile.
L'attrazione che nasce tra Kena e Ziki è travolgente quanto destabilizzante, almeno quanto risulta coraggioso e inusuale per un cinema giovane e spesso improvvisato come quello africano, il ricorso a tematiche tabù come quelle dell'omosessualità.
Tratto dalla premiata novella Jambula Tree, Rafiki si dipana come una moderna favola che gestisce al suo interno una storia impossibile di un amore che accomuna due ragazze che più differenti non si potrebbe pensare: l'una è un maschiaccio di origine popolare, figlia di genitori separati di umili origini, ma costituitisi una certa indipendenza col commercio, che gioca a football con i suoi coetanei maschi, ed è così brava da meritarsi di essere contesa in ogni squadra senza destare il minimo sospetto. L'altra è una bambolina sofisticata cresciuta come una principessa tra agi e risorse non comuni in quei dintorni.
Tra le due l'attrazione detterà regole e susciterà istinti che porranno fine ai naturali reciproci atteggiamenti di ritrosia volti a non farsi scoprire da una società ghettizzante pronta ad accendere i roghi dell'intolleranza.
Coraggio e buona volontà contraddistinguono una pellicola che ha un valore già solo nella circostanza di essere stata concepita e portata avanti. Purtroppo quasi tutti i personaggi sono caratterizzati da un certo schematismo che ne delimita sin troppo le caratteristiche, rendendoli spesso schiavi del proprio macchiettismo di fondo. Così come una certa insistita combinazione di colori arcobaleno che vanno ben oltre ogni tradizione creola.
Cannes l'ha voluta in una sua rassegna ufficiale tra le più prestigiose, scegliendo con opportunità di premiare questo coraggio e questa urgenza nel voler rivendicare una condanna marcata verso il barbaro atteggiamento che molte società ancora riservano verso chi sceglie di non omologarsi a forza a certi dogmi troppo arbitrariamente scelti a rappresentare globalità erroneamente date per scontate.
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