Regia di Pasquale Pozzessere vedi scheda film
Il film rientra in un filone di impegno civico che, a partire dalle stragi mafiose dei primi anni '90, per alcuni anni contrassegnò positivamente il cinema italiano c.d. "di impegno". Se da un lato il prodotto mostra limiti evidenti in termini di fotografia e, generalmente, di risorse stanziate, dall'altro coglie senza spettacolarizzazioni di sorta i dilemmi delle responsabilità individuali. Basti pensare che, a parte l'episodio della morte del giudice Livatino, per tutta la durata della pellicola non si spara un colpo e c'è solo un morto ammazzato, che non si vede ed è solo citato come notizia da Amendola. Chiaro che una simile impostazione rende il prodotto meno fruibile al grande pubblico, con momenti lenti, come lento ed agonizzante è il percorso psicologico e relazionale di un testimone, appunto, a rischio. Alla fine non ci sono eroi, perché è così, l'onesta il più delle volte non paga neppure in termini di celebrità ed è questo il difficile: tutti sarebbero attratti dalla romantica morte in pegno dell'onore. Il regista tiene dritta la barra e si limita a descrivere un contesto come forse raramente è stato fatto e come, di certo, sarebbe impossibile fare ad Hollywood. Una scelta che si apprezza ma che, a quindici anni di distanza, sarebbe pensabile solo in chiave televisiva.
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