Regia di Luchino Visconti vedi scheda film
[ Lennox: È stata una notte inquieta. Dove dormivamo noi il vento ha buttato giù i comignoli; si sono sentiti gemiti per l’aria, e strani suoni di morte, e terribili profezie di incendi e peripezie incombenti sul nostro tempo sciagurato. L’uccello delle tenebre ha gridato tutta la notte, e secondo qualcuno la terra febbricitante ha tremato. (Macbeth II.III) ]. Parabola di dissoluzione alto borghese, falò di vanità ed ambizioni, paure e ritorsioni, saga famigliare e spaccato sociale, psicologicamente inquieto nel ritratto di atmosfere febbricitanti e personaggi irrequieti: solo Luchino Visconti, il regista più aristocratico del cinema italiano (europeo), poteva immortalare con così esplicita sofferenza ed esangue passione il crepuscolo morale inesorabile della famiglia Essenbeck. Rifacendosi alla tragedia shakespeariana (per il disegno dei personaggi) e alla narrativa di Mann (ascendenze da “I Buddenbroke” abbastanza palesi), mette in scena un dramma decadente sul declino di un sistema e dei suoi (dis)valori, cuocendo al fuoco lento e protervo che infiamma tutto senza pietà carne sanguigna ed acida. Lungo come un romanzo del romanticismo ottocentesco rimaneggiato da un proselita dell’atteggiamento critico precedente all’ascesa del nazismo, pone al centro della storia personaggi dissoluti e smarriti in loro stessi e nelle loro tentazioni perverse (non solo l’acciaieria e il potere economico, ma anche un incesto, il travestimento femminile, le relazioni clandestine, i bordelli – e tutto ciò che concerne il sesso) avversi ad Hitler perché figlio del popolo e non perché dittatore, capaci di rigirare le situazioni a loro piacimento, viziati dal fascino della lussuria e dell’arroganza: destinati ad un epilogo già scritto, cadono a poco a poco tutti quanti, anche coloro che continuano la loro esistenza (ovviamente in regresso), come crollano agli occhi del popolo illuminato dalla ragione gli dei eletti a padroni del divenire delle nostre vite. Senza pietà, senza ragione, con una freddezza che in realtà è partecipazione, con l’occhio del regista perso in una prospettiva di irreprensibile angoscia.
Decadente.
Voto: 8.
Sofferta.
Appare nelle vesti di una Marlene androgina, rimane nel cuore, folgora l'attenzione. Poi torna in borghese, e imprime al personaggio il morboso, perverso fascino del peccato, una (dis)umana tentazione per spingersi Oltre.
Matrona calcolatrice, diabolicamente potente, attraverso il film con febbrile forza fino ad un finale dove si immola al suo destino, in un pallore cadaverico.
Perverso, sinuosamente umano nella concezione più comune e triste del termine, vittima e carnefice del destino a cui si avvia.
Uno sguardo disilluso e distaccato, immerso nella raffinata perversione dell'atmosfera: il regista più adeguato, ispirato e azzeccato per una storia del genere.
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