Regia di Lav Diaz vedi scheda film
Grazie alla Rai che l'ha messo disponibile in streaming su RaiPlay, finalmente ho potuto per la prima volta approcciarmi dalla sicurezza della mia cameretta all'opera del regista filippino Lav Diaz, autore che ai festival ho sempre rifuggito intimorito dalla eccessiva durata, delle sue pellicole, a volte eccedenti le otto o dieci ore, abbandonando il suo grande estimatore alan smithee a godersele in splendido isolamento.
The Woman Who Left, premiato col Leone d'oro a Venezia 2016, progettavo cautelativamente di serializzarlo e invece me lo sono gustato intero dall'inizio alla fine con una sola pausa bicchiered'acqua&pipì; d'altronde è una sorta di cortometraggio per Diaz, durando “solo” tre ore e trentanove minuti.
Al principio, pur apprezzando lo stile visivo indubbiamente personale, mi pareva una pellicola di buona fattura, nella sua flemma estenuante, ma comunque non di livello tale giustificare gli entusiasmi dei cultori sfegatati di Diaz.
Tuttavia, man mano che le mezzore si succedevano, ci si ritrova sempre più emotivamente coinvolti dalla vicenda umana di Horacia, una donna matura e provata dalla vita, che nel 1997, dopo 30 anni di ingiusta detenzione, viene scarcerata in seguito alla confessione della vera colpevole. Dopo aver cercato di riallacciare i rapporti familiari distrutti dalla condanna (ma solo riesce a vedere la figlia; il marito è morto da tempo, mentre del figlio maschio si sono da anni perse le tracce), si mette alla ricerca dell'ex amante Rodrigo Trinidad, un uomo potente che ha complottato per la sua rovina.
La sua ricerca di vendetta è segnata dagli incontri con l'umanità sconfitta e tuttavia resiliente dei quartieri poveri. Horacia apre una piccola attività di ristorazione, ma la notte si camuffa in abiti occultanti e assume il falso nome di Renata per appostarsi presso la villa dove Rodrigo Trinidad vive trincerato e protetto da guardie del corpo per timore dei rapimenti. Nell'attesa dell'occasione di compiere la sua vendetta, la donna stringe rapporti umani con gli emarginati della comunità, persone a cui si sente naturalmente affine per essere stati come lei maltrattati dalla vita. C'è un gobbo venditore ambulante di balut, compagno dei suoi appostamenti notturni, che non dispone del necessario per curare il figlio malato. C'è una folle barbona dal viso sozzo che vede diavoli dappertutto. E Hollanda, un giovane transgender epilettico che si prostituisce per strada, verso cui Horacia proietta un protettivo istinto materno e che si sentirà in dovere di sdebitarsi con “l'unica persona che è stata gentile con me”. Perché nell'attesa di tramutarsi in angelo vendicatore, Horacia si rivela un angelo benefico, dedita alla compassione ed all'aiuto a queste anime in difficoltà, non per pietismo ma per sincera empatia: tenerissima la scena del bagno di Hollanda dal corpo dolorante dopo uno stupro e quella in cui cantano insieme le canzoni dei musical.
Con i suoi tempi dilatati, Lav Diaz lascia tutto tempo all'umanità dei suoi personaggi di emergere appieno ed allo spettatore di affezionarvisi. Il mondo del film, così immerso nella specificità del contesto filippino, riesce ad affrontare con profondità tematiche universali, non declamate ma esplicitate in piccole azioni quotidiane. Il film allega alla denuncia dell'ingiustizia sociale che domina la realtà filippina anche il tema della ricerca di Dio in un mondo amorale e spietato verso i deboli, nel dialogo-confessione tra il tracotante Rodrigo Trinidad ed il prete cattolico.
Girate in uno stile austero e contemplativo che si esprime in lunghissimi piani sequenza con camera fissa, in smagliante bianco e nero con uso esclusivo della luce naturale o luce diegetica (ad esempio i lampioni per le riprese in notturna che occupano gran parte del minutaggio), le interminabili inquadrature di Diaz, tra composizioni di ombre notturne tra le strade deserte e sudice, risultano alla fine ipnotizzanti e avvolgenti. Un film che con la suo incedere lento avvince fino al pessimismo del piano sequenza finale, con Horacia che vaga in circolo calpestando i manifestini che ha stampato nella speranza di ritrovare il figlio disperso, perché non è la vendetta a poter risolvere il dramma di Horacia, ma piuttosto l'ancora più ardua impresa di riuscire a riannodare i fili spezzati della sua sventurata esistenza.
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