Regia di Ciro Ippolito vedi scheda film
Lasciando da parte presunte influenze di Fassbinder (lo scrisse Tullio Kezich nel 1981!), c'è da dire che Ciro Ippolito, futuro regista dei film degli Squallor (conosco fior di cinefili con il culto di "Arrapaho"), scrive, dirige e produce questo Lacrime napulitane, riuscendo a trasporre in film, con grande senso cinematografico, una tipica sceneggiata alla Mario Merola. Dove c'è un po' di tutto: dalle corna alla gelosia, alla tragedia della bambina privata dei genitori e della mamma privata dei figli, i criminali, gli emigranti, i cantanti, i personaggi e i siparietti comici e chi più ne ha più ne metta. Il film di Ippolito è insomma un'insalata di sapore non insipido: non è un piatto raffinato, ma tutto sommato si fa apprezzare, nonostante qualche ingenuità (le canzoni all'inizio, la gag del postino), per un impianto spettacolarmente robusto, cui concorrono dei buoni interpreti di scuola partenopea, prima fra tutti la Pupella Maggio che interpreta la mamma severa col cuore di pietra. Da non sottovalutare anche la presenza scenica del regista, che si offre la parte del "malamente".
Pur rimanendo qualche gradino sotto al contemporaneo "Ricomincio da tre" di Troisi, "Lacrime napulitane" raggiunge un risultato sufficiente, commestibile anche per chi non sia di Napoli.
Salvatore è un magliaro napoletano che lavora a Milano. Tornato a Napoli per la comunione della figlioletta, crede di scoprire una tresca tra la moglie e un boss della camorra. Ovviamente lei è innocente, ed è stato il cattivaccio ad inscenare il tutto, ma l'ingenuo Salvatore non crede alla moglie e, partendo da emigrante per New York, affida la bambina alla madre impedendole di farla avvicinare alla presunta fedifraga. Quest'ultima, per campare ritorna al mestiere di cantante, che aveva abbandonato per amore di Salvatore, attirandosi le ire della suocera, che già la considerava una poco di buono, proprio per il suo passato nel mondo dell'arte. Alla fine i buoni trionferanno.
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