È uscita anche in Italia Life & Beth, serie brillante sulla crisi esistenziale di una quarantenne newyorchese rappresentante di vini, la cui assoluta mattatrice è Amy Schumer: creatrice, produttrice, sceneggiatrice, regista e protagonista. E anche portatrice di una buona scusa per parlare non tanto della serie – che finché non me la prescrive il dottore rimane lì, nella pila dei primi episodi guardati e mai più ripresi in mano – quanto di un aspetto ben preciso della carriera di Schumer. Oggi parliamo del peggiore (se non unico) peccato che un comico possa perpetrare: il plagio.
Schumer è fra i pochi comici a essere riemersa, fondamentalmente indenne, dalle forche caudine di svariate accuse di plagio. Ne è uscita intatta non tanto per una comprovata innocenza, impossibile da dimostrare senza lasciare un’ombra di dubbio, quanto perché la sua carriera si è pian piano allontanata dai club comici (sempre rigorosamente fumosi) per andare gloriosamente a spiaggiarsi su lidi ben più luccicanti, quelli della tv e del cinema. Non trattandosi di una faccenda che può essere facilmente portata in tribunale nel tentativo di dirimerla oggettivamente, il plagio fra comici viene “punito” dalla comunità con l’ostracismo e lo svergognamento pubblico: se più di un collega lancia accuse circostanziate e comprovate trovando sostegno nel resto del clan, il comico incriminato difficilmente riuscirà a lavorare ancora in quel circuito.

In altre realtà, come quella italiana, dove non esiste una comunità di comici – che sta sorgendo solamente negli ultimi anni –, succede che il giudizio sia lasciato all’opinione pubblica o a quella parte di stampa che di comicità ne capisce poco. È successo a Daniele Luttazzi, la cui carriera è stata deragliata una dozzina di anni fa quando è stato accusato di fare qualcosa – riadattare battute di grandi comici anglofoni e sfidare i suoi seguaci a riconoscere la fonte – che ha sempre dichiarato apertamente. A Luttazzi non è servito spiegare esaustivamente il suo processo creativo: il popolo, e gli editori, avevano già deciso che la sua avventura comica era finita.
Il furto di battute è un concetto relativamente recente. Fino agli anni ‘50 del 900, le regole del vaudeville e del varietà non concepivano la proprietà delle gag; d’altronde funzionava tutto dal vivo, senza registrazioni né riprese, e i performer attingevano a un repertorio di tradizione a cui aggiungevano qualcosa di personale e unico. Tutto è cambiato negli anni ‘60, con il moltiplicarsi delle apparizioni televisive e con la registrazione in vinile degli spettacoli.

L’individualità dei comici comincia a essere il discrimine fondamentale per il successo personale, e lo scopiazzamento di una battuta originale diventa improvvisamente una faccenda seria e fastidiosa. Il sociologo Patrick Reilly, in un paper pubblicato nel 2018 sull’American Sociological Review, scrive che ai tempi «I rappresentanti di cinema e tv cominciavano a frequentare i comedy club per cercare nuovi talenti. Raccontare battute create da qualcun altro dimostrava una mancanza di abilità o, ancora peggio, poteva privare l’autore originale di una meritata opportunità». Negli anni ‘70, poi, cominciano a spuntare i primi comedy club negli Stati Uniti, e con essi l’insorgere di piccole comunità di comici, i cui componenti sono strettamente legati fra loro da un codice non scritto, necessario per la sopravvivenza in un mestiere che, all’epoca, poteva portarti più facilmente in galera che ai vertici dello show business. E attenzione: non è che la pratica dell’ostracismo funzioni sempre in maniera perfetta. Esistono false accuse, ma si trovano anche casi di plagiari protetti da altri interessi. Per anni è stato celebre (se non famigerato) il caso di Carlos Mencia.
C’è un’altra cosa importante da dire: tutti i comici – e il concetto potrebbe estendersi a tutti gli artisti in generale – copiano. È notoriamente successo a Robin Williams, che negli anni ‘70 la sera andava nei locali e il giorno dopo ripeteva in tv le battute che aveva sentito. È successo a Richard Pryor, che ha sempre orgogliosamente dichiarato le sue fonti («Ho tirato su un sacco di soldi facendo il Bill Cosby»). E ultimamente è capitato anche a Trevor Noah, accusato di essersi fatto ispirare da una celebre gag sul “razzismo schietto” ideata da Dave Chappelle.
Provare che una battuta sia stata rubata consapevolmente e con dolo – e che non si tratti di una risonanza (in America lo chiamano “pensiero parallelo”) dovuta al fatto, come direbbe Zucchero (a sua volta accusato di plagio), che le note sono solo 7 – rimane una delle cose più difficili da fare. Perché non solo si entra nel fumoso reame delle intenzioni, ma oltretutto bisogna ricordare che una battuta non è composta solo dal testo: c’è una premessa, c’è l’atteggiamento del comico, il suo linguaggio del corpo, l’inflessione scelta, il contesto. Tutti aspetti su cui non si può stampigliare un marchio registrato. La conclusione non può che essere una sola: continuare a goderci i nostri comici preferiti, sperando di non scoprire che si masturbano davanti alle stagiste o che rubano le battute ai colleghi o alle colleghe. Tanto, alla lunga, le persone davvero divertenti emergono, a discapito dei copioni. E comunque Amy Schumer a me non è mai piaciuta.
La serie tv
Life & Beth
Commedia - USA 2022 - durata 31’
Titolo originale: Life & Beth
Creato da: Amy Schumer
Con Amy Schumer, Violet Young, Charlie Hall, Emma Kantor, Hank Azaria, Yamaneika Saunders
in streaming: su Disney Plus
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Anni fa era possibile accedere a un sito americano che offriva una buona selezione di film - anche stranieri e con la possibilità di sottotitoli in inglese - e di serie TV, queste praticamente in contemporanea. Guardai alcune cose della Schumer ricavandone un notevole senso di ripugnanza. Più dei plagi – che non sarei stato in grado di riconoscere – mi colpì l’esasperata volgarità del personaggio, interessato, mi parve, non a far ridere, ma scioccare con parolacce e volgarità assortite. Ci misi una pietra sopra, anche se col dubbio di essere forse capitato sulle sue cose peggiori. Stando a quanto ho poi letto, non ho perso granché, perché non risulta che la sua presenza sul grande schermo abbia lasciato tracce degne di memoria.
Forse è ancora più interessante, storicamente, il fatto che nel 2010 a far partire la campagna di killeraggio che accusava Luttazzi (dopo il suo fantastico e inarrivabile monologo a raixunanotte contro berluska e il Pd correo) sia stato un gruppo di giovani comici pidini, quelli di Satiriasi (Raimondo, Giardina ecc.), che stavano sgomitando per affermarsi nella stand up comedy e pensarono che far fuori il maestro fosse la via giusta per ottenere il risultato. Così (contando sull'ignoranza del grosso pubblico e sulla complicità di giornalisti PdL-Pd) raccontarono la storia a metà per dargli del disonesto, fingendo di aver "smascherato" quello che Luttazzi non aveva nascosto affatto e anzi spiegato in dettaglio nel suo blog da anni per istruire nuove generazioni di comici (uno che partecipava alla sua palestra comica era proprio Raimondo, mentre Giardina compare come attore in uno sketch di Satyricon). L'invidia e la cattiveria sono due brutte bestie. Ma esiste il karma: oggi, dopo 13 anni anni, Luttazzi continua a scrivere satira splendida ogni giorno sul Fatto quotidiano, mentre quelli di Satiriasi sono spariti, tranne Raimondo che scrive cose reazionarie sul Foglio e va pure da Vespa...
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